Einstürzende Neubauten | Alles Wieder Offen (2007)
Il disco gira come un'arancia, ma la crudezza della meccanica si schiude in mezzo alle gutturalità bugnate di un canto grave, sublimato da cent'anni di macerazione. Le canzoni sembrano esistere da sempre. Attendono a rivelarsi, l'unico possibile, l'unico momento esatto. E sarà quello a render loro giusta luce e giusta p(r)osa. Di questo passo si consuma lento l'ascendente rito di Die Wellen (per non avventurarsi, come me, in improbabili pronunce leggasi: Dee Ve-llen): "Le Onde" sono in principio lontane e sono pianoforti e violini barocchi ad infrangerle contro la corteccia vocale di Blixa Bargeld (Christian Emmerich), che sfodera per il 12° album dei suoi Einstürzende Neubauten una voce talmente conturbante da far ammirare, e molto, il mostrarsi degli austeri modi della fonetica tedesca. Alexander Hacke al basso apre e sorregge l'evocazione del paesaggio di Nagorny Karabach (Nagorno-Karabakh è una enclave armena nel Càucaso azero) mentre Blixa torna reduce dalla perdita di se stesso e le sue visioni tra le foreste del "giardino montuoso nero". Weil Weil Weil (leggasi Wael Wael Wael - Perchè Perchè Perchè) assieme alla titletrack Alles Wieder Offen (da leggersi "ah-llus vee-der off-en" ovvero Tutto è di nuovo aperto) e Lets do it a Dada proiettano e ampliano le vedute verso un "robo-industrial-disco-gospel-inferno" degno del movimento modernista primitivista fondato dagli stessi Einsturzende. Non è più ricerca, ma ampliamento, in questi episodi l'avanguardia è lontana.
Aaah, Signore Marinetti
Back from Abyssinia?
Il primo è firmatario del manifesto L'arte dei Rumori (1913) , in cui si teorizzava l'impiego del rumore nel contesto musicale; il secondo fu poeta, scrittore e fondatore del futurismo, prima avanguardia del 900 e partecipò come volontario nel 1936 alla guerra d'Etiopia (conosciuta anche come Abissinia).
L'onomatopea iterata tra "di"/Bargel), basso/Hacke e chitarra/Arbeit in Ich hatte ein Wort (leggasi "ish hah-tuh ain vort" cioè "Avevo una parola") magnifica e rilascia dolcemente l'iniezione vibrante nel timpano che diviene un cielo liquido nella retina. La forma canzone è una prerogativa in questo disco e si ripeterà ancora in Von Wegen (leggasi "fawn vey-gun"), muterà in coro gotico per il finale di Susej e si spalmerà sul fondo di un'alienazione presa in prestito dal basso di Peter Hook (Joy Division) in Unvollstaendigkeit (da leggere come "Incompletezza"). Chiude il disco Ich Warte ("ish var-tur" ovvero Sto aspettando), una insopprimibile e più che mai inesorabile attesa ad alta voce di tornare a mescolarsi coll'universo.
voto: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10
tracce significative su numero tracce:
7/10