scrive Sludgefeast alle ore 17:18
domenica, 01 febbraio 2009

John De Leo - Vago Svanendo
"
Essere franco e fausto ogni giorgio.. provare a farlo giorgio dopo giorgio.." John De Leo sfodera le potenzialità incredibili del suo percorso artistico in solitaria. Il disco in questione contiene musica di alto livello e difficilmente riesce ad annoiare visto l' impeccabile sodalizio tra i generi che contiene: PopRock Classica Jazz Songwriting Elettronica. Non si tratta solo di una questione tecnica ma di come la tecnica si è tradotta in buone idee. Questo accade assai raramente però è di sicuro quello che si è verificato giovedì 29 gennaio al ccp agricantus quando la voce di John De Leo e la chitarra di Fabrizio Tarroni facevano l'amore con la figlia del dottore. Ciò che infatti sto scrivendo è un report live corredato da un parere sul disco. Tarroni è un chitarrista molto bravo ed intelligente: non c'erano mai parti "scoperte" in cui la mancanza di basso batteria e seconda chitarra si sentiva particolarmente.. sapeva spuntare un pò di più al momento giusto e le ritmiche erano anche molto interessanti.. La voce costruiva delle piramidi: atmosfera torbida all'inizio e picchi, urli,  disagi nei finali delle canzoni che si risolvevano spesso in loopmachine su cui si arrampicavano Armonica Basso Flauto immaginari. Chi non ha mai ascoltato le sue corde vocali è bene che lo faccia prima dal vivo: credo sia un'esperienza unica per imparare oggi, nel 2009, cosa dovrebbe essere la voce e come dovrebbe essere fatta una "canzone popolare"  per meritare la  rispettabilità che in qualche modo sta perdendo. Stiamo svanendo.. dice Vago Svanendo. Sensazioni spalmate sulle tracce più melodiche del disco stanno proprio a dire questo. Pezzi come "tilt" e "bambino marrone" sottolineano la voglia di tornare indietro nel tempo la voglia di correre per la città senza avere molta consapevolezza di dove si stia andando; sono frivoli, positivi RAGGIANTI. Ci sono pezzi come "vago svanendo" l'uomo che continua" dove si scatta una foto alla maturità raggiunta ancora una volta con il sorriso.. Poi ci sono pezzi come "Le chien et le flacon" o "Big Stuff"; sebbene live siano presentati con una vena molto divertente e buffa (grazie alla poliedricità vocale di John De Leo) nel disco suonano un tantino meno spensierati e sembrano quasi dire che la maturità è un mix di sentimento, saggezza e malinconia.. un mix che appunto è meglio raggiungere alla fine. In modo abbastanza imprevedibile il sarcasmo ha la meglio su questo coacervo di domande e paranoia grazie a "Sinner" ma questo non voglio raccontarvelo.

il mio voto  1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

categoria : recensioni, visioni, claudio giacomo
commenti (1)

scrive Sludgefeast alle ore 10:52
mercoledì, 24 settembre 2008

Supreme Dicks - the emotional plague (1996)

Non so chi ha detto che la musica si ferma agli anni 80..ma si sbagliava di grosso e questo disco ne è la prova. Uno stile sottile ma maniacalmente definito anche nei contorni.. soprattutto nei contorni anzi.. gli arpeggi sono il fulcro della loro musica che sta in piedi in modo ben saldo e non presenta davvero alcun limite.. a volte non c'è nemmeno un tempo di batteria.. solo sfere che levitano in una stanza. sembra di sognare o almeno di assistere alla ricostituzione atomica dei velvet underground.. è un disco bellissimo che incarna completamente la visione moderna del suonare la chitarra.

il mio voto:  1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, ascolti, claudio giacomo
commenti (2)

scrive vietnamblues alle ore 19:08
giovedì, 15 maggio 2008

nickcaveNick Cave & The Bad Seeds - DIG!!! LAZARUS DIG!!!  (2008)
Dev'esserci stato un summit. E stavolta gli interlocutori di Nick non sembrano affatto i pezzi da novanta delle major impegnati a operare di cesareo il mercato discografico nell'estremo tentativo di dare alla luce l'ennesimo disco dall'impasto decisamente indeglutibile. Stavolta seduti attorno alla tavola tonda del nuovo disco dei Nick Cave & The Bad Seeds stanno comodamente aqquietati (nei loro scuri occhiali da sole) degli annuenti  (a ritmo di blues) Jeffrey Lee Pierce, Jon Spencer e John Lee Hooker. I tre JACK (rispettivamente di cuori / picche / fiori) sembrano i demoni che abitano le foreste attorno alle canzoni splendide di questo confortante disco.

La band e l'uomo fusi insieme dal 1984 restano involontariamente (???) ricchi di fascino.

Ce n'era bisogno. La decisione di Blixa sembra aver giovato ad entrambi. Solo un caso.
 
voto: 1  2  3  4  5  6  7
 
8  9  10

categoria : recensioni, ascolti, alessandro
commenti (3)

scrive vietnamblues alle ore 19:24
martedì, 06 maggio 2008

Einstürzende Neubauten | Alles Wieder Offen   (2007)

Il disco gira come un'arancia, ma la crudezza della meccanica si schiude in mezzo alle gutturalità bugnate di un canto grave, sublimato da cent'anni di macerazione. Le canzoni sembrano esistere da sempre. Attendono a rivelarsi, l'unico possibile, l'unico momento esatto. E sarà quello a render loro giusta luce e giusta p(r)osa. Di questo passo si consuma lento l'ascendente rito  di Die Wellen (per non avventurarsi, come me, in improbabili pronunce leggasi: Dee Ve-llen): "Le Onde" sono in principio lontane e sono pianoforti e violini barocchi ad infrangerle contro la corteccia vocale di Blixa Bargeld (Christian Emmerich), che sfodera per il 12° album dei suoi
Einstürzende Neubauten una voce talmente conturbante da far ammirare, e molto, il mostrarsi degli austeri modi della fonetica tedesca. Alexander Hacke al basso apre e sorregge l'evocazione del paesaggio di Nagorny Karabach (Nagorno-Karabakh è una enclave armena nel Càucaso azero) mentre Blixa torna reduce dalla perdita di se stesso e le sue visioni tra le foreste del "giardino montuoso nero". Weil Weil Weil  (leggasi Wael Wael Wael - Perchè Perchè Perchè) assieme alla titletrack Alles Wieder Offen (da leggersi "ah-llus vee-der off-en" ovvero Tutto è di nuovo aperto) e Lets do it a Dada proiettano e ampliano le vedute verso un "robo-industrial-disco-gospel-inferno" degno del movimento modernista primitivista fondato dagli stessi Einsturzende. Non è più ricerca, ma ampliamento, in questi episodi l'avanguardia è lontana.
Aaah, Signore Russolo,
Aaah, Signore Marinetti
Back from Abyssinia?
Il primo è firmatario del manifesto L'arte dei Rumori (1913) , in cui si teorizzava l'impiego del rumore nel contesto musicale; il secondo fu poeta, scrittore e fondatore del futurismo, prima avanguardia del 900 e partecipò come volontario nel 1936 alla guerra d'Etiopia (conosciuta anche come Abissinia).

L'onomatopea iterata tra "di"/Bargel), basso/Hacke e chitarra/
Arbeit in Ich hatte ein Wort  (leggasi "ish hah-tuh ain vort" cioè "Avevo una parola") magnifica e rilascia dolcemente l'iniezione vibrante nel timpano che diviene un cielo liquido nella retina. La forma canzone è una prerogativa in questo disco e si ripeterà ancora in Von Wegen (leggasi "fawn vey-gun"), muterà in coro gotico per il finale di Susej e si spalmerà sul fondo di un'alienazione presa in prestito dal basso di Peter Hook (Joy Division) in Unvollstaendigkeit (da leggere come "Incompletezza"). Chiude il disco Ich Warte ("ish var-tur" ovvero Sto aspettando), una insopprimibile e più che mai inesorabile attesa ad alta voce di tornare a mescolarsi coll'universo.

voto: 1  2  3  4  5  6  7  8  9
  10

tracce significative su numero tracce:
                                     7/10

categoria : recensioni, ascolti, alessandro
commenti (1)

scrive Sludgefeast alle ore 01:15
giovedì, 14 febbraio 2008

Concedetemi una sola parola per questo disco...

 

 

 

 

 

 

 

 

STUPENDOlo giuro...


categoria : recensioni, ascolti, claudio giacomo
commenti

scrive Sludgefeast alle ore 01:04
domenica, 10 febbraio 2008

Nico - The Marble Index (1969)
Un disco di Nico è come sempre un muro bianco e titanico alto migliaia di metri. "Ari's song", non ho mai sentito una voce femminile così ispirata ed ispira-nte. The marble index è permeato di atmosfere labirintiche in cui i cantati geometrici si disperono riverberati senza soluzione di continuità. Voce come strumento. Mi piacerebbe fosse così anche oggi, ma nessuno riesce così come Nico. No.. lei è come se liberasse le sue parole dall'alto con un fatalismo che sembra riflettere una profonda attenzione verso la cultura orientale. In "Evening of light" si può ascoltare una riuscitissima progressione da un suono ben definito alla sporcizia totale che lo sovrasta e distrugge il violino sulla coda.. progressione che sotto certe prospettive riguarda tutti noi. Quando iniziamo un quaderno siamo sempre attenti alla scrittura.. chi è così attento in seguito? "Facing the wind" parte già assolutamente ubriaca.. con un suono molto ambulance..  frammenti di melodia tenuta su praticamente solo da voce e piano, tutto il resto è dissonanza... in questo pezzo chi vorrà potrà cercare di ascoltare solo la parte dissonante o solo quella melodica... ma premetto che è molto difficile. "Frozen warnings" come il cielo che si riapre dopo la pioggia torrenziale.. è molto freak... un pezzo da ascoltare all'aria aperta tra gli scoiattoli e le spighe di grano; gloria passo dopo  passo verso l'orizzonte.
"Julius Caesar (memento hodie)" mi sembra il pezzo più fascinoso del disco proprio perchè il meno comprensibile.. non per il grado di cacofonia ma solo per la sua stabilità inspiegabile.. Le frasi di Nico vibrano recitano una litania snervante ma sublime! "Lawns of down" è un colosso sperimentale farcito fino a scoppiare di spiritelli che sbucano fuori da ogni angolo del mix.. "Nibelungen" : due minuti e quaranta di voce e in questo caso... non si poteva chiedere nulla di meglio. "Roses in the snow" fa accapponare la pelle.. è come un continuo chiedersi: è giusto o sbagliato? l'atmosfera in questo come in tutti gli altri pezzi è molto personale e profonda. Consiglio assolutamente questo disco a tutti coloro che sono profondamente convinti dell'esistenza del pentimento, della conversione, del destino, della fede, della fiducia in qualcosa che non è necessariamente materiale ma di cui avvertiamo il calore.
Il mio voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10

categoria : recensioni, claudio giacomo
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scrive vietnamblues alle ore 10:04
giovedì, 22 novembre 2007

così sentenzia Piero:

"Pochi complessi hanno marchiato a fuoco la storia della musica rock come i Butthole Surfers."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria : recensioni, alessandro
commenti (1)

scrive vietnamblues alle ore 20:29
lunedì, 16 luglio 2007

grindermanGRINDERMAN - 2007
un'asta virile in perpetua erezione

non si accontenta che la lama abbia già reciso l'aorta dopo pochi istanti...ti siede accanto ti stringe la mano...ti lega un fazzoletto attorno agli occhi...lascia che la musica che ti sta scopando ti punga ancora...e ancora dopo aver pregato per la tua fine imminente.
Bellissimo morire e risorgere per questo ritorno in pantaloni di pelle, baffo e tanto di telecaster in spalla per il sempreverde Cave.
Uno dei miei preferiti...buon ascolto



1  2  3  4  5  6  7  8  9  10

categoria : recensioni, alessandro
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scrive Sludgefeast alle ore 15:54
sabato, 14 luglio 2007

miavagadilania - sei nata EP

E' il caso di un disco intenso suonato con una forte ottica all'arrangiamento che dà vita a canzoni via via più intimiste e riflessive. Meglio ancora, Esistenziali. L' unicità del disco è, per l'appunto, piacevole conseguenza della maturità delle composizioni. Quest'ultime sono attentamente ordinate ma fortunatamente lontane dallo scimmiottamento di uno stereotipo; progettate ed eseguite con classe. Un altro punto forte è l'approccio minimale ed elegante con cui le note si susseguono e si dispongono nel tutto. Si inizia con un interessante intro strumentale dai suoni cristallini e bagnati di ritardo che si evolve in inviolati campi sonici. E' poi la volta di sei nata: una ballad dal tessuto pregiato, farcita di sentimenti provati e non più esternati. Sembra infatti una confessione alla finestra, tanto spirituale quanto malinconica, che batte su un ostacolo e cerca in modo forsennato di smaterializzarsi per superarlo. Il suono è fortemente caratterizzato dall'unione amorevole e straordinaria delle parti di chitarra, perfettamente coerente con l'atmosfera creata dal lucido confidarsi di Claudio. Larva è uno dei pezzi più melodici e di immediata presa, particolarmente apprezzabile per il testo da interpretare nel modo più largo possibile come il nostro duplicare le percezioni e decidere se direzionare l'animo verso atteggiamenti di buona o cattiva strada. Un grande arrangiamento è quello de l'aria più brillante in cui un urlo al megafono richiama ancora una volta l'importanza delle scelte e la voglia di fare ciò che l'istinto suggerisce. Il ritornello è un sognante vibrare di falsetto e accordi arpeggiati, ironicamente esortativo, che termina sospeso. Poi tuona una bellissima parte accesa che recita delle liriche geniali, apoteosi del pezzo: <<.... presto lasciami libera via il mio nero senso tattile che avvampava il dolore di non essere suicida; interdetta l'anima che ha troppe sacche di viltà o amore....>>. I miei occhi in fumo è un energico pezzo con sonorità affiancabili per certi versi ai grandi marlene, melodicamente incanalato verso una piazza scura nella quale si staziona per pochi secondi, riaprendo dapprima con un crescendo, poi con il principio. Il viaggio tra i suoni dei miavagadilania termina con precipite, un brano meravigliosamente decandente che si srotola fiero con intrecci sinistri e un finale d'ambientazione ampia, cascata di colori porpora. Il lavoro nel suo complesso si lascia apprezzare in vari modi: ci si rispecchia tanto nelle storie quanto nella musica; questo è un dettaglio molto importante che molti gruppi perdono di vista sebbene sia considerato da molti un ottimo traguardo. Con questo concludo e vi auguro un buon ascolto. Claudio Masaracchia

il mio voto: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

 


categoria : recensioni, claudio giacomo
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scrive vietnamblues alle ore 00:02
martedì, 22 maggio 2007

Bitch Magnet  -  Umber  (1989)

raggiante, rampante, alcaloide. Dieci elementi della stessa specie, dieci litanie che propulsano raffiche viscose inalveate verso il riflesso su un'iride: al rovescio sulla superficie plana l'iconografia di tutto l'hardcore americano reso all'estremo della glorificazione. Dopo Umber verrà Ben Hur (1990) e poi ancora Bitch Magnet esploderà in Seam, Gastr Del Sol e Bastro.

Buon ascolto

1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


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scrive Sludgefeast alle ore 14:56
sabato, 05 maggio 2007

Dadamah - This is not a dream  (1992)  

Un'entità allo stato liquido..così mi sembra lecito definire questo ibrido sonoro. I dadamah hanno racchiuso in esso, con estrema attenzione, spunti macabri e fortemente esistenziali tipici del new/wave, e  richiami alle ambientazioni larghe, elettroniche. Due voci si rincorrono per l'intera durata del disco: parla lo zombie ed echeggia in lontananza il responso della donna, a volte in reverse. Ho molto apprezzato la chitarra che mi ricorda tanto la mancanza di regole assolute dei velvet underground.. (d'altro canto.. chi non li ricorda..) in molti pezzi c'è su un chorus stonato perfettamente in sintonia col dare i numeri degli altri strumenti. I momenti solitari della donna sono spesso magici e sovrappongono alla base strumentale un telo etnico: accompagnano l'invocazione di spiriti, che appaiono al ritmo dei bassi pulsanti, paranoici..

Si ritrovano svegli dopo migliaia di anni e ballano scatenati per non deludere la seppur ristretta folla di comuni mortali.. che strillano più di Diamanda Galas, che strillano come mai hanno strillato. Orrida è l'atmosfera che sembra prevalere ma con una grande classe ed un'innata capacità di produrre RUMORE. semplicemente stupendi.

Il mio voto 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


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scrive vietnamblues alle ore 17:05
domenica, 01 aprile 2007

vorrei conoscere di persona il chip del calcolatore che sta dietro a tanta semplicità, umiltà, riservatezza, pudore, decoro, compostezza, MISURA, sobrietà,...modestia.

Dal fondo  -  petrol ,  2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il petrolio inquina...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

potete prenotare l'album autografato
scrivendo a...royal-pizza


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scrive Sludgefeast alle ore 18:00
martedì, 19 dicembre 2006

Animal Collective - Here Comes The Indian (2003)

Sto assimilando questo disco. Un circuito di emozioni rumorose e visioni acciecanti. Ascoltando una cosa così ci si sente davvero dentro l'arte di tutto ciò che è indipendente.. Ci si sente come vernice schizzata su tela, come parti di un tutto splendido da contemplare.  Il primo pezzo"native belle" è uno statico gruppo di lavoratori di strada che forano l'asfalto. Al loro comando il pianista pazzo, sembra non curarsi del voluminoso e sublime divario che si crea nella tessitura delicatissima del brano.. "Hey light" è un mix esplosivo di rock'n'roll, danze tribali e bande in festa. Le vostre orecchie apprezzeranno tutto questo caos ve l'assicuro.. Oltre al caos creato dal brano in sè, la voce distorta regna senza pietà su tutti gli strumenti per uscir di scena a un minuto dalla fine..uscir di scena e lasciare il posto a un coro di indigeni che ballano attorno al fuoco..una scena che avevo già sognato ascoltando i residents qualche tempo fa. La vicinanza con i residents si fa ancora più vicina con "Infant Dressing Table".. tremolanti atmosfere, cori ingenui ma psicopatici allo stesso tempo. Una caricata ricorda la furia del Bregovic di Underground e poi il finale tiratissimo, molto lungo.. sofferto tra cigolii, urla di feedback, voci cacophoniche elettronicamente modificate e rimodellate. "Panic" è un adorabile e psichedelica traccia irriverente che sfrutta costantemente il forte e il piano.. timidi chitarristi pronunciano qualche accordo ma il ritornello è così forte e potente, coinvolgente che prende a martellate l'ascoltatore; lo fa rimanere in totale simbiosi con la voce. Più avanti ci si spinge più il disco si ammala: in "Two sails on a sound"  il primo minuto è un rifiuto sincero e deciso della melodia. Sentirete urla disumane e strumenti detonati.. poi uno sprazzo di note, salti festosi come all'inizio.. e poi? poi una stanza vuota, piena di ubriachi che battono le mani, intona con una cadenza lentissima canti melanconici destinati a morire nel buio. Destinati a morire in "Slippi"  sommersi dalla polvere di una soffitta dove sono state raccontate storie spaventose, dove sono stati consumati amori tra vittime decadenti, piene di ferite ancora sanguinanti.. Salme guidate alla fine da un angelo dall'angelica voce femminile. E' incredibile il livello di paranoia che riescono a raggiungere in questo pezzo. E' maestoso, funereo, dolcissimo. "Too soon" è il saluto finale.. Sperimentalismo a fettine. Wha wha scatenati, orgasmico disordine, i timidi chitarristi.. i singhiozzi degli ubriachi.. voci rimbalzanti. Consiglio vivamente  questo disco a tutti coloro che hanno apprezzato i movimenti sonori di Royal Trux,  Einsturzende Neubauten, Residents, art of noise ed altri.. ma lo consiglio anche a tutti coloro che credono che musica sia uguale a tecnica. Questo disco è l'antitesi. Questo disco è LIBERO.

Il mio voto: 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, claudio giacomo
commenti (1)

scrive vietnamblues alle ore 12:45
lunedì, 16 ottobre 2006

Marlene Kuntz -  S-Low   (2006)

Da questo tour, ne è venuto fuori  (il 13 ottobre) un disco dal titolo "S-low" e un Dvd che riavvolge il meglio della loro esibizione su Mtv per il programma Storytellers.

Non è una trovata pubblicitaria e non è un ritorno a niente. Sono davvero felice di sapere che finalmente viene dato a musicisti del loro calibro spazi e opportunità del genere. E sono anche felice di sentir cantare Godano in modo più sicuro ed efficace.

Nel disco sono presenti innumerevoli "accorgimenti" strutturali dei pezzi, e non è affatto male lasciarsi infettare da certe nuove creazioni. Di certo, nulla è lasciato al caso.

Sono un nostalgico e preferisco di gran lunga tutt'altro di questa meraviglia italiana. Ma è un mio banalissimo pensiero del piffero.

 

voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
commenti (3)

scrive Sludgefeast alle ore 11:00
mercoledì, 06 settembre 2006

 NIRVANA - Nevermind  (1991)

Penso non ci sia bisogno di presentazioni per questo splendido disco con cui ci siamo fatti le ossa un pò tutti. Oggi per colazione mi andava di ascoltare i Nirvana. Tra i miei vecchi cd ho trovato solo l'umplugged e..lui. ( chissà che fine hanno fatto gli altri ). I dischi dei Nirvana sono sempre qualcosa più di un disco, sono sempre così intrisi di personalità da dovunque li guardi: l'acidume delle chitarre, le pestanti ritmiche di Grohl, la voce..dilaniata e vera. Io ho sempre preferito "In Utero" a questo colosso commerciale che è "nevermind" in cui purtroppo manca un pò la dimensione noise del gruppo e si sente un pò troppo la pressione dei produttori. In ogni caso si tratta di dischi diversi che non possono essere confrontati. Nevermind non manca di suoni selvaggi e molto epidermici.. Quando ascoltai per la prima volta il cd verso i quattordici anni ricordo che rimasi incantato da "something in the way"..una litania..una confidenza..è proprio palpabile il malessere dell'autore con il quale si entra quasi in contatto, e dall'altra parte si intuisce un leggero spirito di rifiuto, rigetto per ciò che stava facendo. Davvero indimenticabili i miei anni verdi passati a forza di Nirvana, ogni canzone di questo cd mi ricorda momenti diversi, un mare di feste, il periodo del garage, allestito con grande cura, in cui passavamo almeno sette ore al giorno. La nostra tender age come direbbe Kurt. Siamo tutti stati segnati da questo gruppo che ci ha regalato gioie, corse, urla.. ci ha dato la forza della ribellione, della libera espressione. I Nirvana ci hanno fatto questo dono e credo che canzoni come "Territorial Pissing", "Lounge Act" , "Drain You", "Stay Away" ( senza toglier nulla alle altre) non vadano mai e dico mai dimenticate da noi che abbiamo appreso.. vanno più ascoltate con spirito celebrativo. Posso dire di aver fatto così stamane.. Passando accanto lo stereo ho deciso di fare una danza tribale in memoria delle origini..delle mie vere origini. Quelle da cui mi sento più derivato. La voce rauca e tremolante di Kurt Cobain adesso è forte nel mio stereo e sono felice che sia lui il sacerdote della mia insicurezza.. sono felice che sia stato lui ad avermi per così dire battezzato in questo bel mondo di casino, di chitarra... di sentimento.

Il mio voto: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, claudio giacomo
commenti (9)

scrive vietnamblues alle ore 16:32
giovedì, 31 agosto 2006

su consiglio ho cercato e lasciato suonare questo disco:

Ulan Bator - Vègètale  (1997)

La band è francese.Non ho ben chiara la loro storia ma pare abbiano avuto a che fare con CPI (nel 1998) e con M. Gira, ex Swans, in occasione del loro secondo album Ego Echo (2000).

Antepongo a qualunque considerazione la piacevole sorpresa che il disco provoca, nel complesso, a me. La prima a suonare si intitola Lumière Blanche: l'infezione che scarnifica l'emissioni occluse della voce di Amaury Cambuzat (voci, chitarre) si producono in un riverbero che attanaglia l'evento in corso (che durerà ben 8'.12'') fino a sopprimerlo. Poi viene Cephalopode , uno strumentale di 5'.44'' d'alta scuola. Se si riesce a separarne gli elementi si possono isolare tecnicismi già sperimentati in passato (Built to Spill, Noir Desire, Slint, Blonde Redhead) ma riproposti in quel primordiale bagliore che aveva fatto la fortuna di molti. Pekisch Organ ha sprazzi di no (and new)-wawe e non che questo sia in stridente contraddizione col resto dell'album anzi ne completa lo spirito. Davvero interessante è Fèvre Hectique che cattura il piacere negli istanti iniziali per poi rilasciarlo in micropulsazioni. Hart fa praticamente il contrario: vibrazioni a cadenza incorporea creano una danza assorta che è assieme contemplativa e meditativa del nulla intorno, immobile e quieto. Seguono FuiteEnbarquement: performano melodie cadenzate e imponenti. Soprattutto l'ultima.

voto:    1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
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scrive Sludgefeast alle ore 12:30
sabato, 05 agosto 2006

SMOG - A River Ain't Too Much To Love  (2005)

Vi presento un lavoro artistico di eleganza indescrivibile. Paradiso di chitarre classiche, foresta incontaminata dalle mode del nostro tempo. Pochi come Bill Callahan alias SMOG hanno appreso e rimodellato a questi livelli la lezione di Johnny Cash.

Che voce.. una carezza morbida in ogni sua angolazione.. Un dolce rimbalzare su materassi cupi e introvabili.. Smog fa parte della cerchia di songwriters che adoro.. una personalità così ombrosa non può non affascinare..ascoltando il suo fiato e le sue curatissime note si nuota nei pensieri e si rimpiangono tutti i sogni non ancora fatti.. Sebbene tutti i pezzi dell'album siano dei piccoli capolavori certe canzoni sono oggettivamente dei colossi di delicatezza e sensibilità: "Rock Bottom Riser" è una di queste..ma anche ascoltando "in the pines" capiterà naturalmente di sciogliersi in una colata di miele dorato..

Non è che una traversata per luoghi lontani..atmosfere legnose e inesplorate.. merito senza dubbio di musicisti non di poco conto..senza screditare basso e pianoforte ricordo che alla batteria c'è un maestro di gusto: Jim White dei Dirty Three. In "Drinking at the Dam" non sembra essere esercitata alcuna forza di gravità.. piuttosto è come bucare le nuvole ad occhi chiusi..questo è quello che ci insegna smog con le sue bellissime parole.. ci svela un segreto.. La sua narrativa melanconica e naturale sembra dirci che bisogna tenere la testa alta anche nel più complesso dei grovigli.

  Il mio voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10  


categoria : recensioni, claudio giacomo
commenti (1)

scrive vietnamblues alle ore 01:53
giovedì, 03 agosto 2006

 Tom Waits - Sworsfishtrombones (1983)

swordfishtrombonesUna pura infezione di poesia

Ho comprato questo disco diversi mesi fa e solo ora mi accorgo di quanto ne sia rimasto gravemente contagiato.

E' genio che si sprigiona contro le ruvide pareti del cuore, come vernice che schizza su tela.Una volta sciolte le danze il moto si fa circonvoluto. Forme dotte, languide e leziose si librano nel volo di risalita, roco e gutturale, del suo ventre.A volte strepitoso a volte lancinante.

 

 

voto: 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 15:01
giovedì, 20 luglio 2006

Blonde Redhead - La Mia Vita Violenta  (1995)

Non sono ancora riuscito ad ascoltare tutti i lavori dei blonde redhead, ma sono certo che "La mia vita violenta" rientra in quella microsfera di dischi in grado di sopravvivere nel tempo nutrendosi della sua stessa magia.Le canzoni sono investite della medesima polvere che si scopre sulle ali di una farfalla; talune cadono sotto gli incantesimi canori di Kazu Makino e Amedeo Pace (voce e chitarra) come (I am Taking Out My Eurotrash) I Still Get Rocks Off, Young Neil e Jewel, altre sotto i colpi ipnotici di Simone Pace (batteria) come 10 Feet High; in tutte risplende il sigillo, la raffinatezza di un modo, di una via nel creare noise, già spianata in passato (Sonic Youth?Fugazi?Pixies?Ecc..?), ma ora raccolta e ostinatamente schiusa in una forma più decisamente permeabile.Tutta la loro storia discografica è attraversata da questa costante; dall' omonimo "Blonde Redhead" del 1994 al più recente "Misery is a Butterfly" del 2004, la parabola decennale appare evidente: i suoni si infittiscono e lasciano la loro componente più mistica, in favore di una materia più duttile, quasi compòsita; comunque affascinante.Buon Ascolto.

voto: 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 15:33
lunedì, 17 luglio 2006

Swans - Filth   (1983)

Un "barbaro zombie debilitato" rag-Gira la città.

Michael Gira, cantante e leader degli Swans echeggia attraverso la forma del musicista minimale. Attanagliato, dalla sua stessa psicosi nevro.spasmodica, nel buio di spazi sonori continuamente dilaniati da tutto ciò che vitalmente li circonda, Gira morde col tono strozzato di un soffocamento, le deflagrazioni meccaniche di una citta in autocombustione che sembra violentarlo, succhiarne l'energia.Capistipite d'una ricerca alla proto-storia del suono (in parallelo con i soli Einsturzende Neubauten) gli Swans ("Cigni"[???]) saprofagi e sciacalli dei loro stessi spiriti, aprono le ali su una società sanguinante, lacerata, ma non spiccano mai il volo. Ne sono inghiottiti.E questo recita il loro lamento.

Swans - Children of God (1997)

Filth tracklist:

1- Stay Here

2- Big Strong Boss

3- Blackout

4- Power for Power

5- Freak

6- Right Wrong

7- Thank You

8- Weakling

9- Gang

10- Speak

11- Laugh

12- Sensitive Skin

13- Take Advantage

senza voto


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 03:06
domenica, 09 luglio 2006

Dinosaur Jr. - You're living all over me (1987)

L'anemia sguaiata di Joseph Mascis che mi piace tanto.

Sono sempre stati (solo) una sapiente leggenda, dai contorni poco definiti e generalmente inservibili, emessa nelle viscere delle bocche di coloro i quali cercavano di spiegarmi chi fossero i Dinosaur Jr. (Fino a che) ne sono venuto fuori (!).Riesco ad ascoltare You're living all over me appena qualche mese fa; gli è bastato davvero poco.

Il triàdico avvenimento che schiude questo disco è dei più impressionanti finora sentiti: come facciano Little Fury Things , Kracked e Sludgefeast a lasciarsi canticchiare, (anche se) sotto forma di residuo bugnato, dopo solo il primo ascolto non sono tuttora riuscito a spiegarmelo.Si ha come l'impressione che aleggi nell'aria quello spirto affabile di Neil Young. Soprattutto in pezzi come Raisans The Lung. Nella languidezza dilaniata di Tarpit e allo stesso modo, nella sorprendente semplicità compositiva (essì, a volte anche la semplicità di chi sa coglierla ha il dono della sorpresa)  di In a Jar e Show Me The Way stà il mistero esorcizzante del protagonista: l'insicurezza.

buon ascolto

voto :  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 00:47
giovedì, 06 luglio 2006

Pixies - Surfer rosa (1988)

Humor, (o autoironia?) cinismo, caos, determinazione; una leggerezza inebriante prodotta nelle viscere d'una creatività estrema. I Pixies! da Boston più che suonare, zampillano e schizzano contro le vibranti cavità cartilagìnee e permeabili dei nostri padiglioni auricolari e hanno in virtù una straordinaria capacità travolgente. Sono nell'orbita dei miei ascolti più frequenti e mi sento di aggiungere che sono tra quelli di cui avverto più la mancanza.Partono da una sorta di garage-rock dinamico ma la loro parabola creativa missa tanto di quel rock da renderli (bellissimo da scrivere) inetichettabili.Surfer rosa è largamente considerato un album storico e lo è davvero.Parlare d'un denominatore comune che attraversa il loro approccio alla forma canzone equivale a una sorta di ciància naif.Ogni pezzo fa storia a sè ed è una sorprendente meraviglia constatare che tutto ciò non stona affatto nel complesso d' un album accuratamente polìcromo.

voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10

Pixies - Doolittle (1989)

(Personalmente) Doolittle è uno degli sforzi maggiormente ricompensabili dei Pixies.Si discosta leggermente dalla loro tradizione (amesso che ne esista una) ma è il bene godibile della persona che lo ascolta a farne un capolavoro contaminato e (ovviamente, trattandosi dei Pixies) contaminante della musica moderna.Ci sento dentro dei suoni bellissimi nonostante risalga a parecchi anni fà.

voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10

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a chi non li conoscesse, mi sento vivamente di consigliarli


categoria : recensioni, alessandro
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scrive jeffreylpierce alle ore 14:43
sabato, 01 luglio 2006

LOOSE FUR - BORN AGAIN IN THE USA (2006)

Interessante, molte, questo progetto artistico, devo dire con grande stima, indipendente.

I Loose Fur sono Jeff Tweedy, voce e chitarra dei Wilco, uno dei gruppi più stimati ed in forma sulla scena americana (non ne ho ancora afferrato il genio però, mi servono tempo e stimoli), Glenn Kotche, batteria degli stessi Wilco nonchè varie collaborazioni ed album solisti, uno sperimentatore dello strumento; ultimo, in ordine di presentazione, Jim O'Rourke, chitarra voce pianoforte arrangiamenti, uno che non ha bisogno di presentazioni, stimato tra i musicisti più all'avanguardia negli anni novanta, reso partecipe degli ultimi lavori discografici dei Sonic Youth, partendo dall'espressivo  N.Y.C.Ghost and flowers fino allo splendido Sonic nurse.

Il disco non offre punti di riferimento, una nave che a volte sembra sprofondare ma viene raccolta presa per mano dal buon genio che accompagna i musicisti, svolte mai scontate, mai superficiali, efficaci. "hey chicken" è il brano di apertura, chitarre elettrificate batteria solida rock'n'roll strade che nessuno mai prenderebbe ma con una meta ben precisa. La gentile "the ruling class" ed il suo fischiettare, la spenzieratezza e la libertà dell'uomo dalla costrizione perfida della quotidianeità. Splendono barluccicano le chitarre di "apostolic" graffiano mordono scavano in profondità; avvolgente travolgente incondiziontata stupisce la batteria o meglio la percussione di Kotche che rimane impressa nella mente con lieve difficoltà. Molto seventies "stupid is a sun" stacchi progressioni e voci incondizionate. Dita sfiorano strati alti di atmosfera in "an ecumenical matter", strumentale, gemma del disco...

Grande novità per le orecchie e stimolo a far meglio, dagli arrangiamenti curati, probabilmente il progetto insiste proprio su di essi e sulla libertà volontà espressiva di grandi artisti del nostro tempo...un bel modello davvero.

                                                                                voto          1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, claudio
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scrive Sludgefeast alle ore 16:02
venerdì, 30 giugno 2006

Noir Désir - Où veux-tu qu'je r'garde   (1987)

Tutti i tratti distintivi dell' indie si intravedono da questo stupendo lavoro che schiaccia l'occhio al low-fi. Stiamo parlando dei primi Noir Dèsir, i più violenti e diretti, in particolare del loro primo disco. La voce in questo album è uno strumento flessibile che si impara a contemplare probabilmente già ai primi ascolti. Con "Où veux-tu qu'je r'garde " - pezzo di apertura - si permea di atmosfere metallizzate e cavernose perfino l'aria che respiriamo, le chitarre sembrano in una certa misura accostabili alla distruzione dei Gun Club; costantemente bagnate di riverbero, creano atmosphere larghe e mai pesanti.  "Toujours être ailleurs" è un affacciarsi di urla continue posate e progettate naturalmente con estrema genialità. Sfide alla melodia, sublimi stonature, forma di espressione realistica universale. "La Rage" ha un andamento veloce e meno psicotico, ma non a discapito della forza centrifuga del tutto..una corsa confusionaria e massiccia.  "Pyromane" è un brano davvero stupendo.. sussurra.. poi spacca il tempo con chitarre sghembe nell'intendersi e nell'articolarsi. Ululati vari infestano il finale e lo celebrano come meglio merita. L'ultimo respiro del cd si compone di due colossi creativi: "Danse sur le feu, Maria"(uno dei pezzi più originali) e "Lola". E' uno dei dischi più creativi ed immediati che io abbia mai sentito. La sua potenza è la semplicità. Il suono scarno a cui mi riferisco si sposa benissimo con la voce utilizzata così, come uno strumento nè più e ne meno. Inoltre si ascoltano grandi parole. I Noir sono un gruppo impegnato sia a livello creativo che politico.

Il mio voto     1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, claudio giacomo
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scrive vietnamblues alle ore 23:32
mercoledì, 28 giugno 2006

Afterhours - ballate per piccole iene (2005)

Difficile.Con onestà, sono combattuto.

Come determinare con certezza se si tratta di un fine ed elegante lavoro di lima di Manuel Agnelli che lentamente ci ha abituato a questa nuova veste dei suoi Afterhours (diciamo dall'addio di Xabier Iriondo?) o dell'ennesimo disco macchinoso e a tratti decisamente e noiosamente monocromato??

La via mi sembra chiara e semplice.

RIcominciare.Ripartire.Reset-ta(ra)re.

Germi, Hai paura del buio?, Non è per sempre, Siam tre piccolin porcellin (live), Quello che non c'è.Ecco la via.Un viaggio attraverso i lavori precedenti di una band decisamente importante per numero di fan a suo seguito, compiuto unicamente per capire se un no(n)-sense d'album può effettivamente acquisire carattere e stile, può rivelarsi un'arma a doppio taglio.E' proprio questo il caso.

taglio1)Bene sotto questa chiave di lettura Ballate per piccole iene fà letteralmente schifo.Non si salva nulla o quasi.Sono amareggiato e disilluso.Piango.Sigh.

taglio2)Bene...mmm...Bene...mmm...oooh...Bene...mmm.wow.mmm..

smackissassboom.Bene.Basta.

A voi la parola


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 14:00
mercoledì, 28 giugno 2006

Santo Niente - il fiore dell'agave (2005)

Torniamo a parlare dei dischi di casa nostra; Il fiore dell'agave segna dopo 8 anni di silenzio (eccezzione fatta per l'EP del 2004 Occhiali scuri al mattino) il ritorno sulle scene di Umberto Palazzo e il Santo Niente , che per l'occasione si è dato una nuova formazione con Raffaello Zappalorto (basso), Gino Russo (batteria) e Alessio D'Onofrio (chitarra).Dalle nostre parti questo disco e questo gruppo sono (con certezza verificata e verificabile) del tutto sconosciuti; peccato.Peccato perchè é un bellissimo toccasana per lo stato di salute di chi lo ascolta e uno dei capolavori recenti della musica italiana.

Non si ha "neanche il tempo di vedere la mamma" che Gino alla batteria batte "4" per portare alla luce quel mare agitato e antichissimo che è Luna Viola.E ora invece, mentre si è sommersi da quelle acque schiumose, si ha il tempo di accorgersi che Umberto Palazzo ha maturato delle liriche bellissime quanto semplici ed efficaci che sembrano provenire da 50 anni di cantautorato italiano.Poi si parte alla volta di Spirituale;ed è una traversata dinamica e accattivante fatta di deflagrazioni continue.Prima della caduta è una pietra geliva che precipita al centro di una confessione, scagliata nel finale dall'urlo di Palazzo.Alla debole luce di un melanconico addio crepuscolare si stende Nuove cicatrici gravida di suoni e colori di un ricordo.Momenti di rock 'n' roll a profusione regala Faccie di Nylon che inaugura la parte punk-rock del disco completata e contemplata (tre tracce avanti) in Le superscimmie, canto di uno sfacelo umano.Segue la riproposizione di Occhiali scuri al mattino che calata in quest'album sembra cristallizzarne l'essenza prima di semplicità a grande impatto sonoro.Candele indossa vesti celestiali e suona come una rivelazione divina che Palazzo condivide con la sua musa.D'atmosfera grave e trascinata è Santuario dove le idee che il Santo Niente trasforma e libera in intrecci musicati vengono fuori con una intensità spettrale, quasi magnetica.I primi istanti de L'attesa formulano la magia strumentale che pervade lo scorrere di un miraggio. Infine la preziosità di Aloha.(Sono certo che sarà un) buon ascolto.

voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 12:05
martedì, 27 giugno 2006

Gun Club - Miami (1982)

Finalmente ho tra le mani la versione originale di uno dei miei dischi preferiti.Jeffrey Lee Pierce è per me (ma non solo) una delle figure più carismatiche della scena rock degli anni '80.E' accompagnato in questo disco da Ward Dotson alla chitarra e Terry Graham alla batteria.Le canzoni sono ricchissime di suoni catturati dalla giungla, da oscuri riti voodoo, da leggende popolari e da fantasmi del deserto e sono filtrati attraverso slide guitars e intonazioni allucinate.Ma a rendere unico questo disco è sicuramente il suo spirito sciamanico che fu (perche no?) dei Doors e di Jim Morrison."Le loro lande misteriose incutono soltanto terrore (?!?!), non invitano alla catarsi dopo la fuga dalla metropoli, ma anzi convogliano in elementi irrazionali (quali i rituali o le leggende) la paura accumulata nei labirinti desolati delle grandi citta` ".

Non credo siano necessari ulteriori svisceramenti personali perchè Miami è un disco che vuole solo sconvolgervi, penetrarvi e l'unico modo che ha per farlo (sembrerà banale) ma è quello di essere suonato, di entrare in circolo col vostro sangue e poi saranno brividi, spasmi, contrazioni, scuotimenti, sbattimenti, convulsioni, scosse, ma soprattutto danze e basta.Ve ne accorgerete, per coloro che non lo hanno ancora ascoltato, quando le vostre membra saranno investite da vibrazioni involute e involontarie e comincierete a ballare ovunque sotto l'incatesimo di un rito voodoo.Buon ascolto.

(per tutto questo:)

voto:  1  2  3  4  5  6  7  8  9  10  !  !  !  !  !


categoria : recensioni, alessandro
commenti (6)

scrive jeffreylpierce alle ore 11:35
martedì, 27 giugno 2006

Television - Marquee moon (1977)

1977. Mentre Londra viene pervasa dalla rivoluzione punk con l'uscita di NEVER MIND THE BOLLOCKS, mitico ed unico vero disco dei Sex Pistols, cui si riconosce il grande merito di aver cambiato le intenzioni a discapito della tecnica ed a favore della grande ENERGIA, nello stesso anno New York apre le sue radici culturali alla "new wave". Artefici di questo nascituro movimento (parallelo al punk, almeno per un breve periodo) i primi concerti ed i primi album (tra i tanti) di Ramones, Talkin Heads e , appunto, Television.

Marquee Moon è un album travolgente, che non rinuncia alla tecnica ma soprattutto non risparmia energia!

Nasce un nuovo mito esemplare e tra i più eclettici mai visti sulla scena, il quale nulla può invidiare ai cosiddetti "mostri sacri" della chitarra. Tom Verlaine, appunto, poeta maledetto della chitarra, si insinua tra di essi con un suo stile unico e rivoluzionario. La sua chitarra assume più volte la forma di cigno bisognoso di esprimere disperazione e che non smette mai di farlo come per inerzia, per bisogno fisiologico, come nei suoni del primo albeggiare. Verlaine canta e suona e suona sempre!

Grande caratteristica che sento di evidenziare è il forte legame tra strutture ritmiche e melodiche. I Television giocano a rincorrersi quasi in ogni pezzo dell'album, poi si stringono in abbraccio e travolgono tutto ciò che viene attraversato dalle loro frequenze, in un tiraemolla che lascia spazio a lampi geniali personali da parte di ogni elemento della band ed inaspettatamente a sinuosissimi interventi all'unisono, chiarificatori di idee.

L'album apre con "Evil" (IVOOOOOOL), pezzo carico di rabbia, irriverenza e alienazione, dove si intercetta l'influenza dei Ramones ed il forte legame del blues e del funk americano, ma che lascia un forte senso di novità impercettibile, e riparte alla grande con "Venus" dove la chitarra di Verlaine comincia ed espiarsi dalla matrice blues e suona in tutto il pezzo fraseggi romantici e melanconici. "Friction" è un funky-blues "alla Television"...Verlane urla dalla chitarra, che vuole evadere dalla sua struttura rigida legnosa metallica. Segue "Marquee Moon" che dà il titolo al disco e che ne è indiscusso capolavoro, un intreccio strumentale da far venire i brividi e sorridere, cercando di seguirlo, seguito da esplosioni di accordi da salotto anni '40, una voce travolgente ( I REMEMBEEER!!!!), 10 ed oltre minuti di follia centrati da un'improvvisazione con basso immobile nella sua struttura accompagnato da rudimenti "attempati" di batteria che fanno tappeto ad orgasmici assoli di chitarra dal suono cristallizzato e che culmina con l'evasione TOTALE della chitarra dalle sue statiche vicissitudini passate, cigno straziato che avrebbe bisogno di riposare in pace.

"Elevation" apre la seconda metà del disco strizzando l'occhio a "Californication" dei RHCP con ben ventanni di anticipo ed un ritornello da bocche aperte.

"Guildin Light" è una piacevole ballata, che un pò si estranea dai pezzi che lo precedono, con arpeggi gocciolati e tastiere ad alta frequenza, mentre "Prove It" saltella tra armonie dolci avvogenti e stacchi risuonanti nei ritornelli e fraseggi sempre più folgorati e folgoranti. Chiude una epica "Torn Cutain" ultima meraviglia dell'album che lascia ancora spazio a sperimentazioni chitarristiche oggi probabilmente inconcepibili.

Uno di quei dischi da appenderne in un quadretto la copertina e lasciarne il plasticoso cuore di policarbonato inserito ed incollato nel lettore cd di casa.

                                                                               voto   1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, claudio
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scrive Sludgefeast alle ore 01:23
martedì, 27 giugno 2006

Marlene Kuntz  - Bianco Sporco  (2005)
La maturità artistica dei Marlene Kuntz in questo ultimo lavoro ci sconvolge tutti. Sconvolge il nostro ricordo dei paladini del rock al rumor bianco del vile così come il nostro amore per le atmosfere fumose di HoUccisoParanoia.  Cristiano Godano si dice consapevole di tutto questo e con un soffio di astio respinge le critiche spiegando che l'artista deve cambiare, scoprire nuovi lati di sè, esplorare nuovi spazi. Già all'uscita di "senza peso" i marlene decidono di eliminare il forum dal vecchio sito.. Godano scrive un comunicato per tutti coloro che non capiscono le novità invitandoli a non lamentarsi in continuazione delle stesse cose. Nonostante ciò, non è facile accettare un cambiamento così per noi ascoltatori.  Cristiano già da quei tempi non è più il cantante bavoso, la serpe piena e gravida di veleno; il nuovo approccio al songwriting si fa sentire e in alcuni pezzi è quasi al limite. Torniamo a bianco sporco. L'album suona come un gradevole rock melodico, suoni cremosi e note scelte con classe e "anche" distorsori qua e là . La voce esce molto dallo strumentale lungo tutta la durata del disco, a un livello insolito:  è meno sussurrata e più cantata nel vero senso del termine. Decido in questa sede di parlare solo dei pezzi migliori dell'album in quanto non mi sento di giudicarne alcuni.  "Mondo cattivo" come primo pezzo è stata una vera trovata; La sua ritmica anomala è carburante per le orecchie di noi appassionati. Il testo è un bel modo di ritirarsi nei propri pensieri senza ascoltare la voce degli ignoranti che vogliono cambiare i nostri usi, le nostre convinzioni.. "Il solitario" deve molto a delle parole realistiche, impeccabili, emozionali come quelli che solo Godano sa scrivere. Nel mentre si erigono le distorsioni arricchite dalla grande seconda voce di Rob Ellis (new entry). "Bellezza" è una forma canzone ben calcolata con un coraggioso ritornello. Una di quelle frasi pure e semplici che non ci potremmo mai aspettare in un pezzo e che non sapremmo proprio come cantare; però nel cd questa frase esce bene:  Noi Cerchiamo La Bellezza Ovunque.  I Marlene di gusto ne hanno davvero tanto. Confermano l'ipotesi con "Amen", una sorta di narrazione piena di suspence, il miglior pezzo del cd probabilmente. Gianni Maroccolo sa riempirlo di mistero con una linea di basso poderosa. Le chitarre sembrano essere state concepite ai tempi dell'ep Fingendo la Poesia, almeno fino a quando non scoppia la tempesta distorta dell'ultimo gruppo di versi.  Segue "Il sorriso", riffs particolari dotati stavolta di una predisposizione quasi solare e toni vocali quasi confidenziali. Una vera apertura, uno scorcio di luce prima del gigante motivo de "L'inganno". "La Lira di Narciso" è un pezzo impeccabile, davvero intimo in ogni suo angolo.. La chitarra di Riccardo Tesio suona come un carillion fantasioso e rassegnato.. Il brano cambia scene in continuazione coniugando malinconie e sapori in un'unica pioggia d'animo. "Nel Peggio" cerca di movimentare un pò l'atmosfera con un groove veloce che non sorprende più di tanto. Nel dare un voto non posso non essere influenzato da ciò che provo, cioè, dalla nostalgia della marlene arabbiata che mi ha accompagnato in cuffia in tutti i momenti più veri.  Bianco Sporco è un onestissimo album di rock intellettuale che non ha niente a che vedere con altra roba che c'è in giro, ma che tuttavia presenta alcuni flop, pezzi che non convincono quanto altri. Cosa che con i Marlene non mi era mai accaduta.

Il mio voto     1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, claudio giacomo
commenti (1)

scrive vietnamblues alle ore 16:20
lunedì, 26 giugno 2006

Joy Division - Unknown pleasures  (1979)                                       voto:     1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

Reduci dalle esplosioni punk-rock di fine anni '70 i Joy Division (nome preso in prestito dalle baracche femminili dei campi di concentramento nazisti) si formano a Manchester luogo in quel periodo ideale per dar vita ad un nuovo psicodramma rock, una "tragedia espressionista" dall'altissimo contenuto emotivo.L'interesse della loro musica sposa più le teorie del dark-sound piuttosto che del punk-pop,ma già nel 1979 Ian Curtis portava alla luce un'opera assolutamente sublime e al di fuori del tempo, in grazia agli spettri che abitavano il suo cuore e la sua anima.Anticipando, fissandone il principio, una grossa fetta di storia della musica, i Joy Division sono arte decadente e alienazione lisergica dettate dallo smacco della civiltà industriale che fà da sfondo alla loro musica.In Unknown Pleasures, Curtis non ha ancora toccato terra ma sta già ammirando in orbita la catastrofe che accade intorno a lui.

Joy Division - Closer  (1980)                                             voto: 1  2  3  4  5  6  7  8  9  10

Viene sospinto dalle sue visioni allucinate e così prendono vita New dawn fades, l' "androide" Trasmission, il meccanicismo esasperante di She's Lost Control, la paràlisi di Shadow Play, il battito leggero e illusorio di Disorder e così via fino al paradiso rallentato e trasognato di Atmosphere (EP) che in un certo senso anticipa quel capolavoro visionario che è Closer.In questo album la catastrofe è terminata e sembra esserci spazio solo per una lucida constatazione del deserto dramma.E' rimasto solo Ian Curtis con i suoi compagni ad ammirare un mondo in rovina fagocitato dalle macchine e sventrato dalla perdizione umana.Hanno ancora la forza di modellare la viscosità spettrale di ciò che vedono in Heart And Soul  che probabilmente  è il loro pezzo più rappresentativo.Da una radio rotta sintonizzata su stazioni techno-pop sembrano provenire le melodie di Isolation.La camicia di forza in cui è costretta Atrocity Exhibition sembra di marmo così come l'intero disco che assume impenetrabili consistenze man mano che lo si scopre.E' davvero un album magnifico.


categoria : recensioni, alessandro
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scrive vietnamblues alle ore 02:36
lunedì, 26 giugno 2006

UZEDA - Waters (1993)

Non mi è del tutto semplice postare una recensione riguardante un gruppo che stimo moltissimo senza, è ovvio, essere un filo di parte.Gli Uzeda da Catania (ma verrebbe da scrivere dal MONDO) costituiscono, senza necessità e desiderio di ulteriori specifiche, la via prima a quella autofagia sonora che fu di Fugazi, Sonic Youth, Pixies, Blonde Redhead ma la loro ricerca raggiunge (in questo come in tutti i loro dischi) picchi di originalità validi a tal punto da avergli valso gloria e fama internazionali. 

Waters, prodotto da Steve Albini, è un album immediato come l'eletticità che lo attraversa.Le traccie provocano viva impressione nel lasciarsi attraversare fin da subito."Needle House" e "I'm getting older" inglobano al tempo stesso addensamenti elettrici su danze ipnotiche mantenedo pulsante sia la potenza che la sublimazione nel modulare della voce e nel perforante stillare degli strumenti di fondo. Ciclonica è "Save my snake".Anche quando Giovanna Cacciola (voce) sembra avviluppare le sue melodie intorno a quelle di Kim Gordon (Sonic Youth) e soprattutto di Kim Deal (Pixies) gli Uzeda risultano piacevoli e mai banali.Ne sono prova le riuscite "Tied" e "It happened there".Prima ancora che scorrere sembrano bruciare gli oltre 12min. di "'30'", "Roaming word" e "Big shades and tides", mentre "Well paid" e  "Pushing all the clouds" suonano come le composizioni più efficaci.

voto:    1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, alessandro
commenti (5)

scrive Sludgefeast alle ore 00:45
lunedì, 26 giugno 2006

The SLINT - Spiderland  (1991)
Davvero in poche occasioni capita il piacere di sentire in un disco bei suoni secchi e diretti. Gli Slint nascono sulle ceneri degli squirrel bait, in particolare dal chitarrista e il batterista fortemente desiderosi di intraprendere un viaggio di pura sperimentazione e libertà creativa. Si tratta di musica suonata in modo elegante ed essenziale. Le dissonanze costituiscono parte integrante del loro repertorio a confermare appunto la detta libertà di espressione di stampo sperimentale. Se avete già ascoltato i Fugazi gli slint potrebbero essere un evoluzione naturale. Spiderland (1991) è il cd con cui la band mostra la sua capacità di differenziarsi dal già sentito, un disco spontaneo e genuino. La prima è "Breadcrumb", dapprima pezzo atmosferico con armonici e cantato recitato, sonorità presto smentite dai potenti distorti al centro del brano. Una sorta di sinusoide esploratrice di grunge, garage, noise e tanto altro. "Nosferatu Man" inietta fin da subito nelle vostre orecchie un riff ubriaco, biglietto da visita per un pezzo ben più aggressivo che si articola in bellissimi cambi di tempo e stacchi con le stick. Il cantante urla nel ritornello scanzonato. Le chitarre sono libere. Il loro uso minimale e parecchio ritmico è in qualche modo riconducibile a Duane Denison leggendario chitarrista dei Jesus Lizard.  "Don, aman" è un pezzo intenso e profondo dove le corde vengono sfiorate con grande stile. Riecheggiano alcune frasi classiche del grunge ma essendo una componente del genere è anche abbastanza normale. Questo brano però è diverso dai precedenti. Pensate, bisogna attendere 4:25 per la distorsione. Distorto che comunque incide in maniera irrisoria nella totalità del pezzo. soffre un pò di monotonia ma è grande. La canzone più bella del disco è a mio parere "washer". Riconosco una grande classe nelle scelte chitarristiche, ma anche batteria e voce fanno cose stupende al limite del delicatissimo e del melodico. Al 6° minuto una magia di dinamica e poi l'esplosione di rabbia.. una delle più belle che ho sentito nei dischi degli anni novanta. " For Dinner " è un grande strumentale da ascoltare preferibilmente in cuffia dato che le dinamiche spesso calano senza che ve ne accorgiate neanche come nei primi LP dei king Crimson; "Good Morning, Captain" ritorna a chiudere il triangolo con i primi due pezzi. Cantato Lou Reediano e struttura variabile. Molto bella l'idea del vibrato sul basso. Si torna alle urla e alle chitarre distorte. Distorsioni fortissime e secche al servizio dei geni.
Il Cd è carico di grande inventiva, i momenti esplosivi degli slint sono veri e proprio colossi dissonanti. Se cercate la violenza ascoltatelo. Se non la cercate il mio consiglio permane poichè le scelte sono ricercatissime e non possono far altro che trasmettere della sana e pura genialità.
 
Il mio voto          1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

categoria : recensioni, claudio giacomo
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scrive vietnamblues alle ore 12:03
sabato, 24 giugno 2006

Crime And The City Solution - Room of lights (1986)

Con certezza il più bel disco dei crime and the city solution (e uno dei miei preferiti in assoluto). Sorprendente fin dalle epiche pulsazioni di "Right Man Wrong Man" , lascia passare l'ascolto attraverso vettori sensoriali assolutamente fascinosi ed efficacissimi. "No Money No Honey" è l'ago fra le dita di Simon Bonney (voce e carisma della band), punge e poi ricuce con la stessa intensità con cui catalizza la violenza sugli strumenti catturata, caricata e infine liberata in implosione da Rowland Howard e dal batterista Mick Harvey, entrambi ex Birthday Party.L'influenza è delle più irrinunciabili.Sulla medesima ondata violenta si sviscera l'autoespiazione di "Hey Sinkiller" . Le più belle atmosfere le creano  "Six Bells Chime" (vedere "Il cielo sopra Berlino" di W. Wenders per credere), "Adventure" e senza dubbio la perla del disco "Brother Song".Infine chiude "Her room of lights" e per dipingerla occorrono le ampie e dense linee prese in prestito dagli inconfondibili ed unici pennelli di Nick Cave.

voto:       1 2 3 4 5 6 7 8 9 10


categoria : recensioni, alessandro
commenti (2)

scrive Sludgefeast alle ore 00:40
sabato, 24 giugno 2006

THE SOUND  -  JEOPARDY  (1981)
I primi secondi di questo disco sono ipnotici per tutti i new_wavers.. E' matematicamente impossibile resistere alle sonorità di "I can't excape myself " che sembra descrivere meravigliosamente il clima della London 1981, o meglio di quella parte di londra che decide di staccare il punk dall'allegria generale lasciando spazio al movimento Dark. Grande arrangiamento ritmico di chitarra e una stupenda controvoce nell'ingresso all'omonimo ritornello fanno di questo pezzo uno dei più scorrevoli e accantivanti del cd. "Heartland " esordisce con una tastiera fin troppo eighty ma geniale che si ripete nel branoe si interpone come linea di divisione tra liriche solari e funeree; anche qui ritornello omonimo e corto. "Hour of need  " tinge tutto di nero con una selvaggia ed energetica plettrata punk del basso ( ricorda vagamente il sound dei Joy Division ) e un riff di chitarra inflangerato. Le linee melodiche della voce sono sempre perfettamente tragiche e ben curate nei dettagli..il cantante è la parte incazzata di  Robert Smith.. segue " Words fail me " che tira fuori un sax  ( con tutto il buonumore che si porta dietro) un rithm acceso, finalmente un pò di solarità.  " Missiles " ci presenta uno strumentale tormentato con delle strane sorprese nella tastiera che svirgola in sonorità quasi positive alla pronuncia della parola missiles. In questo pezzo in particolare l'efficacia della melodia vocale è garantita: il pezzo è pieno di energia..si urla e si lascia anche un pò più spazio alle atmosfere. " Heyday  " miei signori è un gran pezzo, grezzissimo.. il ritornello e l'assolo di chitarra che vorremmo tutti in macchina quando siamo carichi di voglie.. E' il turno di " Jeopardy ".. Che dire, innanzitutto intrecci favolosi di basso e chitarra ma non aspettatevi il meglio. stiamo sempre parlando fondamentalmente di punk. Tornando a parlare di voglie questo pezzo fa venire immediatamente voglia di vedere la faccia del bassista.. che ritmica.. La tastiera in questo cd non smette mai di stupire invece.. originalissima. Emette dei suoni quasi cacofonici; accordi dissonanti dappertutto. Contribuisce in gran parte all'unicità del suono dei sound che, se non fosse per quest'ultima, sarebbe fin troppo facilmente associabile a cure, joy division, killing joke etc. In " Night versus day " il basso pulsa proprio come in un disco dei suicide. Il cantato è basso e la chitarra come al solito è zeppa di flanger. Vi si riflettono tuttavia influenze ricchissime. La chitarra di Verlaine, un pò di velvet underground qua è la. Il cd dimostra uno stile radicato del gruppo, un horrorgroove che ti prende dall'inizio alla fine facendoti girare. Si può effettivamente parlare di darkpunk ballabile volendo.. soprattutto per alcuni bei pezzi inseriti nell'EP compreso nel cd.  Buon Ascolto! 
 
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categoria : recensioni, claudio giacomo
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